AUTHOR- BEAUTY/ARTS/ODD PURVEYOR- CINEPHILE

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ALCUNI EDITORIALI: RELAZIONI INTERNAZIONALI, CINA

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Redattrice e Autrice per L’Osservatorio dell’Asia Orientale e Meridiani- Relazioni Internazionali dal 2011 al 2014, ripubblicate su altre riviste tematizzate come Cronache Internazionali.

India e Cina alla prova della fame

luglio 2012

“Commercial pressures on land are rapidly growing. Biofuels, large-scale infrastructure projects, carbon-credit mechanisms, and speculation lead to rapid changes in land rights, creating new threats for vulnerable land users. Climate change and population growth will exacerbate tensions within countries and between them” Olivier De Schutter, esperto nominato dall’ONU sul diritto al cibo Basandosi su uno studio dell’Oakland Institute, India, Cina e Stati Uniti hanno comprato o affittato un’area di terra nell’Africa sub-sahariana della grandezza della Francia, investendo in Etiopia, Tanzania, Sud Sudan, Mali e Mozambico. La Cina, crescente potenza mondiale con la sua popolazione di 1,3 miliardi, deve attuare delle misure per non sopperire alla crisi globale del cibo, avendo da poco superato l’obbiettivo di combattere la povertà per la maggioranza della sua popolazione. L’India, al contrario, vicina a raggiungere l’1,1 miliardi di persone, non vanta questo traguardo ma ha eguagliato la Cina in termini di potere che esercita come mercato di massa. Insieme, le due nazioni asiatiche devono nutrire più di un terzo della popolazione mondiale. In tempi di esplosione dei prezzi alimentari, le loro stesse dimensioni rendono la crisi ancora più preoccupante. Non è difficile immaginare ciò che accade ai prezzi, quando le due grandezze mondiali per numero di abitanti comprano in modo aggressivo tipologie di cibo non di primaria necessità: nei paesi più pericolosamente poveri del mondo, carne e grano sono diventati prodotti di lusso inaccessibili, mentre la fame e le rivolte per il cibo sono destinate a peggiorare. L’autore Raj Patel, il cui libro ‘I padroni del cibo’ getta uno sguardo critico al settore alimentare globale, avverte che ciò che si sta manifestando a macchia di leopardo nelle zone più povere del mondo, non è altro che ‘un segno di cose a venire’. Dal gennaio 2009 la Cina ha bloccato l’esportazione di grano applicando nuove imposte, sperando di garantire la sicurezza all’approvvigionamento alimentare nazionale con l’utilizzo di quote d’esportazione, sovvenzioni per gli agricoltori e controllo dei prezzi. A questo si aggiunge una politica di stretto controllo sulla terra satellite utilizzata per scopo agricolo, affinchè non si trasformi in terreno edificabile. Nessuna di queste misure, però, può essere ritenuta efficace a lungo termine: Cina e India, di fronte all’aumento di popolazione e alla diminuzione di terre agricole, sono sempre più dipendenti dalle importazioni alimentari estere. Pechino, per sfamare il paese, necessita, infatti, di 120 milioni di ettari (una zona delle dimensioni del Sud Africa) di terra coltivabile che, nonostante sia attualmente disponibile sul suolo cinese, è destinata a scomparire giorno per giorno sotto il cemento. Così come stiamo esaurendo i nostri pozzi di petrolio, stiamo anche gestendo male i nostri terreni, creando nuovi deserti. L’erosione del suolo come risultato di sovraaratura e la cattiva gestione del territorio stanno minando la produttività di un terzo dei terreni agricoli mondiali. Quanto è grave? Guardando le immagini satellitari scopriamo che esse mostrano due nuove enormi ciotole di polvere: una si estende attraverso la Cina settentrionale e occidentale e la Mongolia ad ovest, l’altra in Africa centrale. Wang Tao, studioso cinese di desertificazione, riferisce che ogni anno circa 1.400 chilometri quadrati di terra nel nord della Cina diventano deserto. La civiltà può sopravvivere alla perdita delle sue riserve petrolifere, ma non può sopravvivere alla perdita delle sue riserve di suolo. Nel 2010 l’analisi della Banca Mondiale ha riferito che un totale di quasi 140 milioni di acri – un’area che supera il terreno dedicato alla cultura di mais e frumento assieme negli Stati Uniti- sono stati coinvolti in questa “appropriazione di terre”, “land grabbing”. Queste acquisizioni coinvolgono, di conseguenza, il diritto all’acqua, alterando gli equilibri tra i Paesi per la distribuzione di tale risorsa. Per esempio, l’utilizzo dell’acqua estratta dalla parte superiore del bacino del fiume Nilo per irrigare le coltivazioni in Etiopia e Sudan non raggiungerà più l’Egitto, ribaltando la politica d’acqua del Nilo, già

delicata, con l’aggiunta di nuovi paesi con cui l’Egitto dovrà negoziare. Il potenziale conflitto – e non solo per l’acqua – è alto. Molte delle offerte per il territorio sono state fatte in segreto e, nella maggior parte dei casi, il terreno in questione era già in uso dagli abitanti del villaggio prima che fosse venduto o affittato e coloro che lo coltivavano non venivano informati o consultati sulle nuove disposizioni. Inoltre, in molti paesi in via di sviluppo non è prassi che vi siano titoli di proprietà formali per le terre, spesso organizzate in villaggi, e dunque gli agricoltori che hanno perso la loro terra hanno poco sostegno nel portare i loro casi in tribunale. “We must escape the mental cage that sees large-scale investments as the only way to develop agriculture and to ensure stability of supply for buyers,” dichiara Olivier De Schutter , consulente esperto ONU sul diritto al cibo, riguardo le preoccupazioni della società civile sui “land grabs”.

Quel gusto tutto cinese per la provocazione

Febbraio 2013

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un cambio drastico nell’ indirizzo della leadership cinese. Siamo passati dalla politica estera prudente e low profile di Deng Xiaoping alla minaccia globale dell’uso della forza economica, energetica e militare. Il quesito è: questo mutamento in termini di gestione della foreign policy ha danneggiato il governo di Pechino oppure no? Come si è formato il fronte di nemici della Cina, coordinati per mettere uno stop alle pretese territoriali cinesi? Prendiamo in rassegna ora gli eventi salienti occorsi nell’anno appena trascorso. Grandi sfide necessitano di grandi mezzi disposti per combatterle. Il Partito Comunista Cinese si è ritrovato sulla difensiva in particolare nella ragione dell’Asia-Pacifico. Nella lotta per la sovranità sul Mar cinese meridionale siamo finiti in un vicolo cieco, con lo stanziamento navale di vascelli cinesi e filippini sull’isolotto Huangyan. Altro nodo cruciale resta la tensione col Vietnam, sempre a proposito delle redini sul Mar cinese del sud. L’India e il Giappone hanno intensificato i rapporti militari con Filippine e Vietnam proprio in contrapposizione con la Cina per quanto riguarda i contenziosi territoriali. Gli Stati Uniti hanno manifestato nel Giugno 2012 la loro decisione di stanziare ben il 60 % della loro forza navale nell’area dell’ Asia-Pacifico, a ulteriore conferma del ‘Pivot to Asia’ annunciato dal presidente statunitense Obama all’inizio del 2012. Così la Cina ha iniziato a persuadersi del fatto che una politica aggressiva potesse essere più efficace e opportuna. A difendere questo punto di vista si espone il teorico militare Yang Yi, dichiarando, alla Xinhua agli inizi del 2012, l’impossibilità di mantenere per la Cina un ‘low profile’, ma ribadendo invece la necessità di una ‘risoluta autodifesa’. Yang Yi ha inoltre aggiunto che “le misure di contrattacco adottate da Pechino dovrebbero essere di breve durata, di poco costo, efficienti e non devono lasciare spazio per ambiguità o altri effetti non graditi”. Il nuovo destino tracciato dall’esecutivo di Pechino ruota proprio attorno a questo perno, la nuova “politica estera degli interessi nazionali fondamentali”. Immaginarie linee di confine, tracciate con la visione geografica cristallina dei luoghi possibili che incarnino gli interessi nazionali vitali per la potenza asiatica. Gli interessi nazionali fondamentali cinesi concernono l’unità cinese e l’integrità territoriale: è fuori discussione che Taiwan e Tibet non restino parte di quell’universo chiamato ‘Cina’. Ma perché è proprio il Mar cinese del sud, tallone d’Achille cinese nella sua riformulazione in politica estera, causa delle tante ‘provocazioni’ anticipate pocanzi? Lo stesso segretario americano Leon Panetta lo ha annunciato in differenti occasioni, Il prossimo conflitto su vasta scala potrebbe scatenarsi in queste acque. La Cina è consapevole della posta in gioco: sovranità territoriale, politica, di leadership, di energia e risorse petrolifere. Si tratta di interessi economico-strategici fondamentali per il governo di Pechino che considera il Mar cinese del Sud un core interest e vuole ottenerne il controllo assoluto, contrapponendosi agli altri attori politici dell’area sud est asiatica. Per la Cina, prima delle ambizioni militari, viene però lo sviluppo economico interno. Ricapitolando: gli obiettivi di Pechino, tali da giustificare una condotta così spericolata da parte del governo cinese, sono il mantenimento di una leadership economico-politica nel mondo e di sovranità sull’area. C’è da domandarsi se la politica aggressiva attuata dalla Cina, contrastando evidentemente le norme internazionali, non sia un deterrente allo scopo primario di ordine economico globale del governo di Pechino. Anche nella contrapposizione diretta tra Giappone e Cina abbiamo visto susseguirsi una serie di schermaglie durante lo scorso anno. Più aggressività militare, assume più significato strategico investire in una politica bellica che faccia recuperare terreno rispetto agli Stati Uniti, humus di sciovinismo nella difesa delle isole Diaoyutai e Senkaku. Ma qual’è il vero oggetto del contendere? Le due piccole isole non brillano certo, eppure potrebbero esserci dei fondamentali giacimenti di gas naturale nelle acqua adiacenti. Il Giappone la scorsa settimana ha esposto un chiaro segno di preoccupazione per la condotta cinese. Il ministro della Difesa giapponese Itsunori Onodera ha sottolineato come la Cina parrebbe aver violato la Carta delle Nazioni Unite, quando le sue navi da guerra hanno bloccato i radar difensivi del controllo-fuoco di una Maritime SelfDefense Force giapponese, distruggendo inoltre un elicottero cinese il mese scorso. Il ministro giapponese ha inoltre incoraggiato la creazione di un numero verde diretto tra Pechino e Tokyo. Secondo le dichiarazioni rilasciate dal ministro in una sessione del Comitato della Camera Bassa, riunitasi per un dibattito sul bilancio pubblico, le azioni compiute dalla Cina potrebbero ritenersi una minaccia della forza armata contro il Giappone, che si riserva il diritto di intervenire, rispondendo colpo su colpo. Infine quali sono le prospettive? Dati alla mano gli ultimi mesi sono stati carichi di provocazioni reciproche e la contesa di quelle acque è diventata il primo obbiettivo per la politica strategico-militare della Cina. Aspetti economico-commerciali si fondono con necessità politiche, rendendo di fatto la questione ingarbugliata ed enigmatica. Ciò che tristemente s’intuisce dagli eventi appena accaduti è che, come ha ribadito Panetta, il rischio dell’esplosione di un conflitto è molto alto.

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